Archivi per la categoria ‘ACCADDE AD ASCOLI’

ACCADDE AD ASCOLI. IL GIORNO DELLA BEFANA

giovedì, 6 gennaio 2011

Non c’è niente di più triste al mondo che svegliarsi il giorno della Befana e scoprire di non essere più un bambino. Quanto è vero!

Avevo dieci anni, e già da due o tre mi era stato fatto capire che non esistono né Babbo Natale né la Befana; era stata la fine di un mondo incantato, tutto mi era crollato addosso.

Mia madre aveva deciso che quella sarebbe stata l’occasione di rivelare anche a mia sorella di sei anni la verità: pochi giorni prima, Babbo Natale ce l’aveva ancora fatta, seppure a stento, ad arrivare; ma la Befana ormai proprio non poteva più.

Sapevo che una tale decisione avrebbe rappresentato per la più piccola della famiglia soprattutto la fine della stagione dei sogni.

Allora la feci io! Scesi in strada e comprai con i miei soldi, senza dire niente a nessuno, tanti dolcetti!

L’indomani mattina ancora una volta – l’ultima – la calza fu trovata appesa al caminetto; e ancora per un altro anno mia sorella continuò a credere che il mondo è una fiaba.

ACCADDE AD ASCOLI. MA GUIDO SAPEVA GUIDARE?

lunedì, 27 dicembre 2010

 

Un giorno del 1960 (?). Mi trovo insieme a mio cugino Guido sulla sua lambretta, io sul sellino posteriore. Provenendo dal Ponte di Porta Maggiore, percorriamo a velocità piuttosto sostenuta (è stata la velocità a salvarmi?) l’asse principale di Ascoli, il Viale, che non è intersecato da molte strade. A un certo punto lui si volta e mi dice le fatidiche parole: “Io, ormai, la lambretta la porto benissimo!!!”.

Non fa in tempo a finire la frase, e a girarsi per guardare di nuovo davanti, che sbuca da una via laterale un furgoncino: non c’è tempo per frenare, lo prendiamo in pieno. Catapultato in avanti, facendo un involontario salto mortale passo sopra il mezzo – ben più alto di una macchina normale - che ci ha tagliato la strada, ma, proprio come uno stuntman in un film d’azione, mi ritrovo a diversi metri di distanza, in piedi, praticamente illeso. Qualche santo protegge anche Guido: anche lui, nemmeno un graffio.

 

Tornato a casa a piedi, raccontai tutto ai miei genitori.

Mio padre, rimproverandomi aspramente, mi domandò se ci tenessi alla vita. Mi feci un rapido esame di coscienza e, poiché già in precedenza avevo avuto analoghe esperienze per conto mio, giurai a me stesso che non sarei più salito su un veicolo a due ruote. E ho sempre mantenuto la promessa.

So invece che Guido, dopo quello, ha avuto diversi altri incidenti in moto. Chissà se adesso ci andrà ancora!?

ACCADDE AD ASCOLI. SFIDA AL CARMINE CORRAL

domenica, 26 dicembre 2010

Fin da bambino, su incarico dei miei genitori sono sempre stato l’angelo protettore di mia sorella, più piccola di me di quattro anni. Quando ebbe compiuto quattordici anni, i ragazzi cominciarono a interessarsi di lei, e qualcuno anche, seguendola per strada e rivolgendole la parola, a farle la corte. Mia sorella era infastidita da questi mosconi che le ronzavano intorno; o almeno così lasciava intendere. Un giorno dovetti intervenire per far stare al suo posto il più insistente di tutti, che sembrò desistere dai suoi propositi. Ma qualche tempo dopo….

Io stavo giocando a tennis, con il mio completino di un candore immacolato (come il giornalista e scrittore Gianni Clerici, ero uno dai gesti bianchi); lui a pallone, nel campo adiacente ( lo Squarcia). Si affacciò alla rete di divisione delle due zone e mi apostrofò: “Guardate la signorina dalle mutande bianche!!!”. Io mi voltai e gli dissi: “Mo’ te la faccio vedere io la signorina! Fatti trovare fra mezzora dietro la chiesa del Carmine!”. Lui accettò baldanzoso, sicuro di battermi.

Seguendo il rituale di un duello in piena regola, per lo scontro ci facemmo accompagnare ognuno da due padrini: io da mio cugino Guido e da un altro tennista, lui da Nase e da un altro amico.

Il mio avversario inizialmente cominciò a scherzicchiare, convinto della propria superiorità; ma non appena mi fu a tiro, gli feci arrivare una papagna devastante. Sentii un sinistro scricchiolio delle ossa; però non lo misi K.O.,  tanto che ebbe in qualche modo la forza di contrattaccare. Nel frattempo, Guido le prendeva da Nase.

Il risultato della sfida fu visibile il giorno dopo: lui, zigomo e sopracciglio dell’occhio sinistro spaccati e incerottati, io occhio destro un pò nero, tanto che fui costretto a inventare una scusa con mio padre; ma alla fine eravamo diventati amici (questo di norma era il risultato di tutti i miei combattimenti).

Avevo diciotto anni: quella fu l’ultima volta che le detti per strada.

ACCADDE AD ASCOLI. “PUZZA CONTINUA”

mercoledì, 22 dicembre 2010

Martedì 21 dicembre c.m. ho rivisto, dopo moltissimi anni, la signora ***. Anche Lei era, insieme al marito, alla recita di Natale della nipotina, che frequenta la prima classe della scuola primaria dalle monache Concezioniste. Sono passati 55 anni dall’episodio che mi è tornato alla mente. A quell’epoca giocavamo ai giardini pubblici del Viale, quando ancora c’era la casetta – e non la statua di Vittorio Emanuele II -. Però cominciavamo ad avere le prime “pruderie”….Specialmente mio fratello quindicenne, di due anni più grande di me. Lui aveva inventato un nuovo gioco, la “puzza continua”, e la metteva in atto costantemente con ***, allora adolescente. Conoscete la “ puzza “ normale? Si tratta di un gioco in cui, toccandosi dopo una rincorsa, ci si passa la “puzza”; viene utilizzato soprattutto per correre. Bene! Con la “puzza continua” si stava praticamente fermi; si muovevano soltanto le mani. Ci si continuava a passare la “puzza” soltanto tra due giocatori. Era praticamente un modo di toccarsi; di socializzare, insomma. Quel giorno, veramente, ci eravamo spostati nei nuovi giardini di Viale De Gasperi, che stavano finendo di costruire. Vi erano accatastati molti tubi di cemento del diametro di circa 80/100 cm. Mio fratello e *** erano intenti nel loro gioco, seduti sopra di essi….Io e mia sorella minore gironzolavamo intorno. Improvvisamente passarono una decina di ragazzi della nostra età, la banda  “de lu Carmine” (con cui mi scontrai più volte successivamente). Mandarono all’indirizzo dei due una sequela di frizzi e lazzi, anche osceni. Non l’avessero mai fatto! Io, che avevo il vizio del lancio dei sassi (per il quale mio padre me ne aveva date di santa ragione più volte – inutilmente! -), mi chinai, raccolsi alcune pietre – in verità piccole – e le scagliai contro di loro. Costoro, che magari se ne stavano già andando, tornarono sui loro passi e vollero…. “arregnarsi”. Naturalmente mio fratello – codardo! – si defilò, e toccò a me solo sopportare il peso della battaglia. All’inizio dovetti agire anche con astuzia, riuscendo a dettare le regole dello scontro: li convinsi  a battersi uno per volta. Con questo sistema ne misi K.O. ben tre! L’ultimo, mi ricordo, lo infilai in un tubo! Gli altri, spaventati, desistettero.

Mio fratello riprese tranquillamente a giocare a “puzza continua”.